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IN QUESTO SITO SONO INSERITI ALCUNI VIDEO E FOTO DELLE MIE OPERE E MOSTRE DI PITTURA AD OLIO, RECENTI E MENO RECENTI, SU ALCUNI QUADRI MI SOFFERMERO', DI TANTO IN TANTO, AD ILLUSTRARNE I CONTENUTI E LE TECNICHE ADOTTATE.

INSERIRO' INOLTRE QUALCHE APPUNTO TRATTO DAL MIO DIARIO E ALCUNI VIDEO DEI MIEI VIAGGI.


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martedì 22 gennaio 2013

FATTI VERI


Fatti veri - Le vicissitudini che s’incontrano nella vita. Viveva in una villa con piscina, in una città dell’Emilia Romagna. Vestiva con eleganza. Figura esile, dal portamento raffinato e di aspetto giovanile. Aveva settanta anni ma ne dimostrava dieci in meno a causa del suo viso liscio e senza rughe. Ogni anno, durante l’estate, soggiornava in una località turistica montana in Veneto, per uno o due mesi. La temperatura fresca che le offriva la montagna, con i suoi mille e duecento metri di altezza, era una piacevole alternativa alle calde giornate estive della pianura. Occupava un appartamento, di proprietà, sito al primo piano, in un condominio, che si estendeva in modo verticale, con un’incantevole veduta. Di fronte vi era un’estesa vallata verde con molti ciliegi selvatici, circondata ai suoi limiti da alti monti che spesso si vedevano innevati. L’alloggio, di proprietà, era composto da due camere, sala da pranzo e servizi ed una cantina ricavata nel sottosuolo dal marito imprenditore. Con il consorte era in vera simbiosi, tanto che, spesso, faceva assieme lunghe ed intense escursioni, dedicandosi, con gran passione, alla raccolta di funghi. Ne conosceva circa trenta specie per cui il suo cestino, non era mai vuoto. Il coniuge, come molti ricercatori di funghi, al rientro, pur avendo il cestino pieno, affermava che non ne aveva trovati, e, attuava, in modo palese alcuni stratagemmi, per evitare che vi si guardasse dentro. Quando non poteva evitarlo, per l’insistenza degli interlocutori, manteneva comunque segreto il luogo in cui aveva trovato i funghi e rispondeva alle domande con risposte evasive, salvo, poi, acquisire, per farle proprie, informazioni sulle zone frequentate da altri. La Signora, discreta nei suoi comportamenti, non faceva mostra ai vicini dello stato di agiatezza in cui si trovava, derivante, in gran parte, dall’attività del marito nel campo dell’edilizia, in un periodo in cui il lavoro nella costruzione dei manufatti non mancava. La vacanza per lei era quasi sempre continua, mentre il consorte talvolta doveva sospenderla per esigenze attinenti ai cantieri in attività. Aveva due figli maschi sulla quarantina, di cui uno sposato. Dopo la morte improvvisa del marito, per due anni smise di recarsi nella casa di montagna. Quando riprese la frequentazione l'espressione era mutata ed i suoi occhi esprimevano una velata malinconia, il suo atteggiamento solare era quasi svanito. Con il passare del tempo diventava sempre più taciturna e perdeva le forme della sua esilità, dimostrando l'età che effettivamente aveva. Gli amici e i conoscenti del complesso estivo, in un primo tempo giustificavano il comportamento della donna, causato dalla perdita del compagno. Ma con il passare del tempo, privatamente, formulavano dei dubbi ritenendo che quella non poteva essere l’unica motivazione. Ipotesi, poi, che ha trovato conferma nel bilancio finanziario che l’Amministratore aveva allegato ad una lettera di convocazione dell’assemblea condominiale. Fra le somme dovute e non versate risultava un cospicuo importo a carico della Signora. Tanto che nell’incontro che si tenne alla data stabilita, l’Assemblea, dopo aver concesso un congruo termine affinché fosse possibile provvedere al saldo, aveva deliberato di procedere al recupero delle somme in via coattiva. Sulla scorta di qualche indiscrezione si venne a sapere che il figlio, più grande, in seguito ad un vizio di gioco, aveva contratto numerosi debiti, depauperando l’intero patrimonio di famiglia, ivi compreso l’immobile in cui risiedeva abitualmente la madre. L’unico stabile che rimase immune dal vortice delle alienazioni è rimasto quello in montagna. Il figlio per contribuire al parziale ripianamento del debito e salvare l’appartamento, si licenziò dal posto di lavoro e, con l’indennità di fine lavoro, estinse in parte il dovuto, impedendo, o per lo meno, rallentando la conseguente procedura giudiziaria. Ora la Signora, non avendo altro posto per vivere in pianura, si è trasferita, in quella che una volta chiamava la casa estiva, acquisendo anche la residenza. Con se ha portato il figlio e la nuora. Ai conoscenti e agli amici, non racconta le vicissitudini che gli sono occorse, soffre in silenzio. Probabilmente vuol proteggere ciò che gli resta della vita familiare. A chi gli chiede quanto tempo soggiornerà, risponde che questa volta intende fermarsi per alcuni mesi. Il suo senso di dignità la fa resistere fino in fondo! L’anno prossimo al ritorno dei villeggianti cosa racconterà? Forse niente, perché tutti eviteranno di far domande perché hanno capito che ha già sofferto e patisce abbastanza. Queste sono le vicissitudini della vita che incidono in modo drammatico sulle persone. Per analogia questo racconto si ritrova nella parabola che Gesù racconta del figliolo prodigo.
                                                                                      Ilario Menegaldo

venerdì 23 dicembre 2011

FATTI VERI - LA FEDELTA’ DI UN BASTARDINO “ELVI”.

FATTI VERI - LA FEDELTA’ DI UN BASTARDINO “ELVI”.
In una villa, fatiscente, situata nell’immediata periferia della città, a nord del paese, viveva una donna anziana, ultraottantenne di bel portamento.
L’alloggio, con accesso principale da un grande ed alto cancello, mostrava ancora nelle sue armoniose strutture, l’imponenza di un tempo. La donna condivideva l’edificio con altri familiari, riservando per se, una piccola parte della casa.
Di fronte alla facciata principale, del caseggiato e ai suoi lati, si estendeva un ampio giardino, da qualche tempo privo di qualsiasi cura. Questo spazio, pur trascurato, lo utilizzava, per fare quattro passi, soprattutto durante le giornate uggiose. Le era particolarmente caro specialmente per far correre, in lungo e in largo, con i suoi gesti a comando, il proprio amato cane, Elvi, un bastardino di color marrone.    
Spesso lo portava, tutta felice, a fare un giro lungo le strade adiacenti alla propria abitazione. Il cane le camminava a lato, senza guinzaglio, e, se si fermava a chiacchierare con una conoscente, aspettava, senza muoversi, che terminasse la conversazione. Talvolta la donna allungava il percorso utilizzando una vecchia bicicletta. Il cane gli correva appresso a breve distanza. Era un buon cane, amava giocherellare con i bambini e la seguiva ovunque.
Il connubio tra i due è durato per qualche anno. Con l’avanzare dell’età, accusò i primi acciacchi e, ritenne allora di sospendere le uscite in bicicletta. Dopo qualche tempo ridusse anche i percorsi a piedi. Alla fine si limitò a spostarsi unicamente all’interno del suo giardino.
Per effetto di una parziale riduzione delle capacità motorie, i familiari ritennero di collocarla in una casa di riposo, e, da tre mesi,  risiede in quel luogo.
La sua ex villa è collocata in una curva di una strada alquanto frequentata, perciò quando ci si passa davanti è visibile il grande cancello, e, ai lati, una rete metallica, oltre la quale si può vedere all’interno, fermo, in posizione d’attesa il cane dell’anziana signora. E’ lì tutti i giorni, con i suoi occhi languidi,  ormai da tre mesi e, aspetta, aspetta, con la speranza che ritorni. E’ l’attestazione più autentica di una fedeltà speciale.
Ho pensato di chiedere ai familiari di portare Elvi a far visita alla sua padrona. Entrambi sarebbero, se pur per breve tempo, appagati di una felicità immensa! Il mio proposito si è spento sul nascere, perché oggi, Elvi, non era lì dietro alla rete. Dopo un lungo periodo d’inedia, non ha resistito al vuoto e se ne è andato in silenzio, chiudendo gli occhi senza alcun gemito.

Ilario Menegaldo

lunedì 1 agosto 2011

LE VICISSITUDINI CHE S'INCONTRANO NELLA VITA.

Fatti veri - Le vicissitudini che s’incontrano nella vita.
Viveva in una villa con piscina, in una città dell’Emilia Romagna. Vestiva con eleganza. Figura esile, dal portamento raffinato e di aspetto giovanile. Aveva settanta anni ma ne dimostrava dieci in meno a causa del suo viso liscio e senza rughe. 
Ogni anno, durante l’estate, soggiornava in una località turistica montana in Veneto, per uno o due mesi. La temperatura fresca che le offriva la montagna, con i suoi mille e duecento metri di altezza, era una piacevole alternativa alle calde giornate estive della pianura.
Occupava un appartamento, di proprietà, sito al primo piano, in un condominio, che si estendeva in modo verticale, con un’incantevole veduta. Di fronte vi era un’estesa vallata verde con molti ciliegi selvatici, circondata ai suoi limiti da alti monti che spesso si vedevano innevati. L’alloggio, di proprietà, era composto da due camere, sala da pranzo e servizi ed una cantina ricavata nel sottosuolo dal marito imprenditore.
Con il consorte era in vera simbiosi, tanto che, spesso, faceva assieme lunghe ed intense escursioni, dedicandosi, con gran passione, alla raccolta di funghi. Ne conosceva circa trenta specie per cui il suo cestino, non era mai vuoto. Il coniuge, come molti ricercatori di funghi, al rientro, pur avendo il cestino pieno, affermava che non ne aveva trovati, e, attuava, in modo palese alcuni stratagemmi, per evitare che vi si guardasse dentro. Quando non poteva evitarlo, per l’insistenza degli interlocutori, manteneva comunque segreto il luogo in cui aveva trovato i funghi e rispondeva alle domande con risposte evasive, salvo, poi, acquisire, per farle proprie, informazioni sulle zone frequentate da altri.
La Signora, discreta nei suoi comportamenti, non faceva mostra ai vicini dello stato di agiatezza in cui si trovava, derivante, in gran parte, dall’attività del marito nel campo dell’edilizia, in un periodo in cui il lavoro nella costruzione dei manufatti non mancava.
La vacanza per lei era quasi sempre continua, mentre il consorte talvolta doveva sospenderla per esigenze attinenti ai cantieri in attività.
Aveva due figli maschi sulla quarantina, di cui uno sposato.
Dopo la morte improvvisa del marito, per due anni smise di recarsi nella casa di montagna.
Quando riprese la frequentazione l'espressione era mutata ed i suoi occhi esprimevano una velata malinconia, il suo atteggiamento solare era quasi svanito. Con il passare del tempo diventava sempre più taciturna e perdeva le forme della sua esilità, dimostrando tutti gli anni che effettivamente aveva.  Gli amici e i conoscenti del complesso estivo, in un primo tempo giustificavano il comportamento della donna, causato dalla perdita del compagno. Ma con il passare del tempo, privatamente, formulavano dei dubbi ritenendo che quella non poteva essere l’unica motivazione. Ipotesi, poi, che ha trovato conferma nel bilancio finanziario che l’Amministratore aveva allegato ad una lettera di convocazione dell’assemblea condominiale.
Fra le somme dovute e non versate risultava un cospicuo importo a carico della Signora. Tanto che nell’incontro che si tenne alla data stabilita, l’Assemblea, dopo aver concesso un congruo termine affinché fosse possibile provvedere al saldo, aveva deliberato di procedere al recupero delle somme in via coattiva.  Sulla scorta di qualche indiscrezione si venne a sapere che il figlio, più grande, in seguito ad un vizio di gioco, aveva contratto numerosi debiti, depauperando l’intero patrimonio di famiglia, ivi compreso l’immobile in cui risiedeva abitualmente la madre. L’unico stabile che rimase immune dal vortice delle alienazioni è rimasto quello in montagna.
Il figlio per contribuire al parziale ripianamento del debito e salvare l’appartamento, si licenziò dal posto di lavoro e, con l’indennità di fine lavoro, estinse in parte il dovuto, impedendo, o per lo meno, rallentando la conseguente procedura giudiziaria.
Ora la Signora, non avendo altro posto per vivere in pianura, si è trasferita, in quella che una volta chiamava la casa estiva, acquisendo anche la residenza. Con se ha portato il figlio e la nuora.
Ai conoscenti e agli amici, non racconta le vicissitudini che gli sono occorse, soffre in silenzio. Probabilmente vuol proteggere ciò che gli resta della vita familiare. A chi gli chiede quanto tempo soggiornerà, risponde che questa volta intende fermarsi per alcuni mesi. Il suo senso di dignità la fa resistere fino in fondo! L’anno prossimo al ritorno dei villeggianti cosa racconterà? Forse niente, perché tutti eviteranno di far domande perché hanno capito che ha già sofferto e patisce abbastanza.
Queste sono le vicissitudini della vita che incidono in modo drammatico sulle persone.
Per analogia  questo racconto si ritrova nella parabola che Gesù racconta del figliolo prodigo.
Ilario Menegaldo

lunedì 16 maggio 2011

L'ASTUZIA DEL PASSERO

Alla periferia di un paesino, in prossimità della città e, all’interno di una zona agricola, in una casa rurale ristrutturata, con uno spazio verde, recintato, di circa dieci mila metri quadrati, Marta, la padrona, aveva appena sparso diverse briciole di pane e numerosi pezzetti di crosta di formaggio, fuori della porta della cucina, sopra a delle grandi pietre in porfido, che fungevano da marciapiede e, che collegavano l’entrata della cucina alla stradina che conduceva al passo carraio. Non era la prima volta che compiva questa azione. Tanto è l’amore che ha per la natura e per gli uccelli che in gran numero frequentano il suo giardino. Fornisce loro periodicamente del cibo, quasi per ripagarli del piacere della loro vista e, della musica che le offrono, nel silenzio della campagna, con i loro prolungati gorgheggi, fischi e cinguettii.
Attraverso il vetro della finestra e della porta della cucina, si potevano vedere diversi passeri che svolazzavano e saltellavano circuendo con circospezione lo spazio in cui si trovavano le provvidenziali provviste. Muovevano in continuazione le loro piccole teste, per scrutare eventuali pericoli. Un merlo adulto, dal colore nero brillante, si è avvicinato senza troppe esitazioni, anticipando i propositi dei passeri, ha afferrato con rapidità un grosso pezzo di formaggio e, tenendolo stretto con il becco, è volato più in là di qualche metro fermandosi vicino ad una siepe, con l’intenzione di inghiottirlo senza essere disturbato. Due passeri, che si trovavano nelle retrovie, non hanno sottovalutato la scena e l’hanno subito raggiunto. Il merlo, appena si sono avvicinati, capendone le intenzioni, si è subito spostato saltellando. Per entrambi i passeri, il primo tentativo di sottrargli il pezzo di formaggio è risultato infruttuoso. Alla seconda prova il passero più solerte, con un saltello svelto, è riuscito a togliergli dal becco il bottino e volare via. Il merlo ha rinunciato ad inseguirlo ed è ritornato nella zona in cui il cibo ancora abbondava. Dopo aver riempito il becco è volato via, e, quando si è posato sull’erba, ha trovato ancora ad insidiarlo altri passeri. Ha dovuto andarsene per soddisfare il proprio appetito.
Il merlo si era approvvigionato sfidando i velati pericoli che il contesto poteva riservargli. I passeri invece, con le loro movenze, volevano evitare ogni situazione di pericolo, rubando al merlo ciò che si era giustamente guadagnato. La scena sembrava quasi attingere dal comportamento dell’uomo che talvolta approfitta delle fatiche altrui per ottenere vantaggi economici o d’immagine non meritati.
                                                      Ilario Menegaldo

sabato 18 settembre 2010

FATTI VERI – IN OSPEDALE (tratto dal mio diario)

FATTI VERI – IN OSPEDALE (tratto dal mio diario)

Mio padre ha avuto un primo ricovero in data 28/12 ed è stato ospitato in una camera singola del reparto geriatria. E’ stato dimesso in data 07/01.

In questa prima degenza il personale medico ha risposto con diligenza alle richieste sul suo stato di salute. Devo comunque evidenziare che, al pronto soccorso, gli avevano messo la maschera dell’ossigeno (per difficoltà respiratorie) al di sotto della quale vi era una sacca gonfia e trasparente (forse in nailon) piena d’ossigeno o d’aria. E’ giunto in reparto geriatria in portantina, con la maschera collegata ad una bombola d’ossigeno. E’ stato messo a letto. Durante tale operazione ho atteso assieme a mia moglie fuori della stanza. Quando ci hanno permesso di entrare nella camera, mio padre era a letto ed indossava ancora la maschera dell’ossigeno. Ha mormorato più di una volta che gliela levassi. Mi sono avvicinato e gli ho detto: “la devi tenere perché ti aiuta a respirare, con questa ti viene erogato l’ossigeno”! Dopo circa 10 - 15 minuti mi sono accorto che la sacca, al di sotto della maschera, era priva d’aria e i due lati più grandi che la componevano si erano uniti. L’ho fatto presente a mia moglie che, con pronta intuizione, ha seguito il percorso del condotto della maschera ed ha scoperto che il lato che avrebbe dovuto essere collegato alla bombola o all’erogatore dell’ossigeno terminava in mezzo alle coperte. Ho provveduto immediatamente a togliergli la maschera e, subito, ho visto che il respiro di mio padre era divenuto un po’ meno faticoso. Poteva respirare liberamente senza costrizioni!

Ho cercato l’infermiera che l’aveva sistemato a letto e le ho fatto presente quanto era accaduto. Mi ha risposto: “non succede niente”, ho ribadito che l’ossigeno gli veniva somministrato perché ne aveva bisogno. Mi ha nuovamente risposto: “non si preoccupi non succede niente”.
Dopo un po’ gli ha iniettato in vena qualcosa (non ne sono a conoscenza) presumo del lasix poiché oltre alle difficoltà respiratorie e portatore di pacemaker gli era stata rilevata una trombosi (aveva una gamba gonfia). Il liquido gli è stato inoculato in nostra presenza con una rapidità così elevata che mio padre dal dolore ha gridato e ha fatto un sobbalzo nel letto. Più tardi la stessa infermiera ha appeso nell’apposito supporto un flebo di quelli piccoli, forse dell’antibiotico e lo ha collegato alla vena. Il contenitore si è svuotato in meno di circa dieci secondi.

Nell’ora di cena è entrata la stessa infermiera e ha fatto presente che, una volta che gli avevamo dato da mangiare, gli dovevamo mettere la mascherina dell’aerosol. Ci ha precisato di aver predisposto tutto, era sufficiente che gli mettessimo la maschera e premessimo l’interruttore della corrente elettrica.

Terminata la cena abbiamo provveduto ad eseguire l’incombenza. Dopo un po’ ci siamo accorti che non si vedeva nessun vapore ed abbiamo costatato che la cannula non era collegata all’aerosol.

Senza richiamare l’infermiera, abbiamo provveduto a collegarla all’apparecchio.
Per fortuna nelle successive visite non l’ho più incontrata. L’ho rivista solo il giorno delle dimissioni di mio padre.

Al momento delle dimissioni ho notato vistosi e parecchi ematomi sulle braccia, sulle mani e sulla pancia di mio padre e addirittura e, non so spiegarmelo, sulla schiena.

Nella mattinata ho sentito il medico in merito allo stato di salute di mio padre, il quale, dopo avermi fatto un quadro complessivo in cui si trovava, mi ha informato che nel pomeriggio alle ore 18,00 sarebbe stato dimesso. Sarebbe stato portato nella propria abitazione con l’autoambulanza. I familiari potevano tranquillamente aspettarlo a casa. Le persone incaricate avrebbero provveduto a farmi avere la cartella clinica e la lista dei medicinali necessari per il proseguimento della cura. Con gli antibiotici ha inoltre precisato: “Abbiamo terminato proprio oggi e non sono più necessari”.

A pranzo l’abbiamo aiutato a mangiare e poi abbiamo prelevato dall’armadietto e, portato via, tutte le sue cose. Gli abbiamo lasciato una maglia in lana pesante sopra il letto ed abbiamo chiesto al personale in servizio di farla indossare nel tragitto verso casa. Ciò ci è stato ampiamente assicurato.

Ci è giunta nel pomeriggio dall’ospedale una telefonata che per necessità contingenti, in attesa del trasporto, sarebbe stato messo con il letto in corridoio. E’ rimasto lì per oltre cinque ore. Subendo il transito della gente e l’aria della vicina porta d’entrata. Con altra telefonata l’ospedale verificava l’indirizzo. Alle diciotto lo aspettavamo a casa e siccome non arrivava eravamo un po’ in pensiero. E’ passata circa una mezz’ora e ci è giunta un’altra telefonata. L’autoambulanza stava girando per la Via Zanella anziché per il vicolo. Finalmente l’automezzo è arrivato. Gli avevamo aperto il cancello perché entrassero.

Si sono fermati sulla strada e con la barella l’anno trasportato all’interno della nostra abitazione al piano terra. Fuori faceva un freddo pungente. Mio padre non indossava la maglia di lana. Era stata messa sotto la testa come un cuscino. Aveva sopra di sé un lenzuolo e, forse, una leggerissima coperta.

Era un po’ disorientato e ci è voluto un po’ per capire che era a casa.

L’abbiamo seduto sulla sua poltrona e all’ora di cena gli abbiamo somministrato il pasto. Ha mangiato normalmente.

Alla fine gli abbiamo acceso la televisione e lui si è messo le cuffie per sentirci meglio. Non dormiva ma seguiva attentamente le notizie. Quando gli ho chiesto se voleva coricarsi, mi ha detto aspettiamo ancora un po’. Ho atteso ancora una mezz’ora, quindi con la sua collaborazione l’ho messo a letto.

Il mattino l’ho portato in bagno ed eseguito le operazioni di “routine” (cambio del pannolone, ecc.), poi l’ho fatto sedere sulla sedia, in cucina. Della colazione ha voluto solo il tè. Quindi ha chiesto di essere riportato a letto.

Ci siamo accorti che su un braccio aveva un grosso batuffolo di cotone macchiato di sangue e tenuto stretto da un nastro adesivo. Abbiamo cercato di toglierlo con delicatezza e, una volta rimosso, abbiamo visto che era stato applicato dove in origine era la sede dei flebo, sanguinava ancora abbondantemente. Abbiamo dovuto mettere sulla stessa sede una garza sterile con un cerotto.

L’ho lasciato in custodia di mia moglie e mi sono recato dal medico, con le indicazioni dell’ospedale per le prescrizioni dei necessari medicinali. Al mio ritorno sono stato informato che aveva rimesso. Abbiamo fatto un tentativo per cambiarlo, senza riuscirci, non si sosteneva sulle gambe. Gli abbiamo misurato la temperatura. Il termometro segnava 39,2 linee. Per lo stato di salute in cui si trovava ed essendo stato appena dimesso dall’ospedale abbiamo ritenuto di chiamare il medico di base. Il medico senza tentennamenti ha prescritto il ricovero in ospedale.

Abbiamo chiamato l’autoambulanza, e, una volta arrivata, il personale addetto ci ha fatto capire in modo implicito ma comunque palese che a 103 anni compiuti forse non era necessario il ricovero.

Pur non evidenziando i miei sentimenti sono stato molto rattristato per la scarsa sensibilità dell’operatore. L’età non può essere il parametro per valutare l’entità dell’umanità da corrispondere ad una persona. La frase, pur essendo stata espressa in modo velato mi ha fatto male. Come si fa a non essere sensibili in una situazione simile e dire ad un figlio, che da una vita vive con il padre, che “non era necessario!

E’ stato comunque trasportato al pronto soccorso dell’ospedale ed è stato fatto entrare in ambulatorio quasi subito (poiché aveva il codice rosso). All’interno è rimasto circa cinque ore. Nessuna notizia trapelava all’esterno. Mi trovavo in un forte stato d’ansia. Ad un certo momento mi sono deciso, di entrare dalla porta laterale ed ho chiesto ad un infermiere dove fosse un uomo di 103 anni. Lo stesso ha pronunciato un numero di ambulatorio che, al momento, non ho esattamente recepito. Mentre cercavo con lo sguardo di individuare la portantina dove era stato sistemato mio padre, senza peraltro trovarlo, un’infermiera con tono sostenuto mi ha detto: “Guardi che queste non sono le vetrine di un negozio”. Avrebbe dovuto capire la mia ansia e, magari con meno arroganza chiedermi chi o cosa stavo cercando. Un medico, alla domanda su notizie di mio padre, gentilmente mi ha risposto che il caso era trattato dalla sua collega. La Dottoressa, poi interpellata mi ha detto che a breve lo avrebbe visitato. Sono uscito nel corridoio in attesa degli eventi. Dopo qualche secondo ho incontrato il medico che mi aveva dato l’indicazione, il quale, rivolto verso di me ha detto: “Risolto il caso?” Si ho risposto. Grazie. Ho pensato, questo è un buon modo di comportarsi e mi ha un po’ rassicurato.
Dopo circa venti minuti sono stato informato che mio padre sarebbe stato trattenuto e ricoverato.

Più tardi, dopo una sosta in corridoio in attesa dell’arrivo dei barellieri, è stato portato in una stanza a sei letti nel reparto geriatria uomini e messo nel n. 22. Al pronto soccorso gli avevano inserito, nella vena del braccio destro, l’ago in cui fanno confluire, all’occorrenza, i liquidi dei flebo.

Dopo alcuni minuti è stato visitato dal medico e, poi, il medico mi ha accolto con mia moglie in ambulatorio. Ci ha informato che avrebbe curato mio padre come fosse una broncopolmonite e avrebbe cercato subito di fargli scendere la temperatura. Questo modo di fare ci ha molto rasserenati.

Il giorno successivo ho notato che a mio padre avevano inserito un altro ago per i flebo nel braccio sinistro. Per negligenza il personale ne aveva infilato un altro senza verificare l’esistenza del primo.

Ad un certo punto gli è stato inserito un catetere e tolto circa dopo 2ore e mezza. Probabilmente senza valutare in modo professionale la validità dell’intervento.

Tanto è vero che quando mio padre faceva la pipì mi diceva che gli faceva male.

Ero a fianco al letto di mio padre e gli stavo dando da mangiare. Ai piedi del letto c’era una targa in plexiglas con la scritta: dieta leggera. Mio padre aveva difficoltà a deglutire, apriva la bocca e una volta introdotto un mezzo cucchiaio di minestra dovevo chiedergli di mandarlo giù, questo ad ogni cucchiaio (da tener presente che non era la prima volta che davo da mangiare a mio padre). E’ entrato il medico (donna) per vedere l’ammalato a fianco il letto di mio padre. Avendo visto le difficoltà in cui si trovava mio padre, mi sono permesso di chiedere come stava. La richiesta aveva l’intento di trattenere un momento la Dottoressa per spiegarle la condizione di mio padre. Questa, invece, senza voltarsi, mi ha detto. “un po’ meglio”ed è uscita. Un po’ amareggiato, ho concluso parzialmente la somministrazione del pasto e siccome mio padre mi chiedeva dell’acqua ne ho dato qualche sorso. Avendo visto mio padre un po’ in difficoltà ho chiamato l’infermiera, una biondina con i capelli corti, e, questa, con un’altra collega con un sondino e con un apparecchio che si trovava già a fianco del letto ha cercato di levargli i liquidi che aveva introdotto. Operazione che non ho potuto seguire perché mi hanno fatto uscire.

Terminata l’aspirazione l’infermiera è andata a chiamare il medico (donna), non so cosa le abbia riferito, fatto sta che quando è entrato ha inveito in modo quasi assurdo contro di me. Dicendomi alla fine: “A causa sua ora è grave”. Subito dopo, hanno levato la targa ai piedi del letto è l’hanno sostituita con una con scritto “a dieta”. Mi sono trovato in uno stato di frustrazione tale che alcune lacrime, mi hanno abbondantemente bagnato il volto. Mi sentivo colpevole di una cosa che avevo fatto nel solo interesse di mio padre. Mi sono chiesto, se non poteva mangiare perché hanno messo quella targa? Perché gli hanno portato il cibo? Perché non hanno informato il familiare che lo assisteva? Perché non hanno provveduto loro ad alimentarlo?

Dopo un po’ è entrata un’infermiera che non avevo mai visto, gli ha inserito un flebo, probabilmente di alimentazione ed avendo visto il mio stato di prostrazione, ha spiegato che forse non dipendeva da me ma poteva essere una concausa. Ha precisato di non essere medico. Ho molto apprezzato, in quel critico momento, la professionalità e la sensibilità di quella ragazza.

A causa dei turni di lavoro dell’ospedale quel medico non l’ho più rivisto.

Quello subentrato è stato più disponibile, ad eccezione di una sola volta che ad una domanda di come stava mio padre mi ha risposto: “Lo vede anche lei come sta”!

Era appena terminata l’erogazione di un flebo quando mi sono accorto che il sangue era risalito sulla cannula per circa dieci o 20 centimetri, ho agito sull’apposito interruttore per chiuderlo, dopo di che ho approfittato della presenza di un’infermiera che si stava occupando del paziente del letto accanto, per chiederle, se quando aveva finito poteva togliergli il flebo. Questa borbottando sotto voce ha detto: “Che rottura di scatole”. Ha guardato l’apparecchiatura e poi ha proferito: “Lasciamolo lì perché più tardi ne metteremo un altro” e se ne è andata. Per oltre tre quarti d’ora ha dovuto star fermo con il braccio perché aveva l’ago collegato.

Negli ultimi due giorni mio padre respirava con la bocca aperta, aveva addosso la maschera dell’ossigeno ed aveva gli occhi chiusi. Ho chiesto ad un’infermiera, è in coma? Questa mi ha risposto, forse è l’effetto della morfina.

Il mattino dell’ultimo giorno era presente, mi ha riconosciuto e verso le ore dieci ha salutato mia moglie con un “ciao”. Lamentava di tanto in tanto qualche dolore.

Dopo un po’ è entrato il personale dell’ospedale, ci hanno chiesto di uscire. Abbiamo atteso nell’apposita sala.

Quando ci hanno permesso di rientrare nella camera, mio padre aveva gli occhi chiusi e respirava con la bocca aperta ed aveva la maschera dell’ossigeno. Non si lamentava più. Ho avuto la sensazione che gli avessero somministrato dell’altra morfina. In questo modo è stato sino a quando ha cessato di respirare alle ore diciotto del giorno quindici gennaio. Nello stesso giorno gli avevano prelevato del sangue.
Mi sono posto alcune domande:
Quando, avendone titolo, si chiede un colloquio al medico, per chiedere lo stato di salute di un paziente, questi, anziché essere sintetico nella sua esposizione, pur avendo una memoria di ferro, non dovrebbe prendere in mano la cartella clinica ed esporre la diagnosi, non in base ai ricordi ma soprattutto utilizzando quanto scritto nella cartella? Informando anche sulla terapia erogata e quella presumibile che sarà applicata? In questo caso il familiare verrebbe a conoscenza in modo esatto delle effettive cure che sono fatte e, in alcuni casi gravi, potrebbe anche esprimere il proprio dissenso. Siamo in presenza di persone, non di oggetti!
Mio padre ha sofferto molto, era utile tutto ciò?

 


martedì 3 agosto 2010

FATTI VERI - GESTI DA IMITARE.


Nel cielo la luna, quasi piena, brillava come una palla di fuoco e, il mare rifletteva i suoi colori. Le leggere onde li trasformavano in mille incantevoli sfumature.
Sulla terrazza, ai limiti della spiaggia, il Disc Jockey coinvolgeva, con grande abilità, il pubblico, rendendo l’intrattenimento interessante anche ai più riservati.
Lo spazio libero, antistante l’area della musica, era occupato, su sollecitazione del DJ da alcune coppie che nel ballo classico davano il meglio di sé.
Da un lato vi erano numerosi tavolini, alcuni con due o quattro persone, in uno vi erano sedute accanto, due ragazze austriache di cui una molto bella. Sorseggiavano, in un grande bicchiere, una bevanda di colore arancio. Alle loro spalle, una mamma e la figlia, affetta da sindrome di Down, ascoltavano la musica.
Nell’altro versante della sala vi era un lungo tavolo con venticinque persone attorno che cenavano: amici e conoscenti che celebravano una ricorrenza. Dietro a loro un tavolo con una famiglia: una coppia di giovani sposi, due genitori (dai lineamenti i parenti di lei) e, una bambina tredicenne brasiliana di colore, che festeggiava il compleanno.
Quando l’orchestra ha iniziato a suonare ritmi brasiliani, la bambina ha incominciato a ballare dando sfogo alla sua vitalità, con grande passione, coinvolgendo i genitori adottivi e, più volte, anche i nonni. Osservando le espressioni dei loro volti, il sorriso della bambina, del papà e soprattutto della mamma, emergeva una scena di vita bellissima, in cui l’affetto era il protagonista. L’atmosfera era di una grande tenerezza. Dagli occhi di tutti e tre sprizzavano lampi di gioia che ti coinvolgevano. Sorrisi in perfetta simbiosi tra di loro.
Il DJ ha fatto salire la bambina su una sedia per mimare, da protagonista, i ritmi di una canzone, facendo anche partecipare la gran parte dei presenti e, al passaggio di un venditore, di colore, che vendeva rose rosse ne ha comprato una e, con il microfono ha scandito: “Ora do questa rosa alla più bella ragazza della serata”, carpendo, ovviamente, l’attenzione dei presenti. Si è avvicinato alle due ragazze austriache, le ha oltrepassate, ed ha offerto la rosa alla ragazza Down. Dal suo volto ho visto una gioia grande, indescrivibile, che si rifletteva conseguentemente su quello della mamma.
Ho pensato, questo è un animatore non solo professionalmente valido ma soprattutto umano e conosce la “solidarietà”. Ci ha dato un bel esempio! Bravo ho pensato in cuor mio!
La serata è continuata con la medesima atmosfera.
Quando i genitori della bambina brasiliana si sono alzati, per abbandonare la sala, hanno ringraziato per il coinvolgimento, qualcuno ha detto loro: “Grazie a voi perché ci avete appagato con i vostri sorrisi!
E’ importante saper guardare le grandi sfumature della vita, in quanto sono preziose per arricchirti nei valori, che dovrebbero essere insiti in ciascuno di noi.
Ilario Menegaldo

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