BENVENUTO NEL MIO BLOG

IN QUESTO SITO SONO INSERITI ALCUNI VIDEO E FOTO DELLE MIE OPERE E MOSTRE DI PITTURA AD OLIO, RECENTI E MENO RECENTI, SU ALCUNI QUADRI MI SOFFERMERO', DI TANTO IN TANTO, AD ILLUSTRARNE I CONTENUTI E LE TECNICHE ADOTTATE.

INSERIRO' INOLTRE QUALCHE APPUNTO TRATTO DAL MIO DIARIO E ALCUNI VIDEO DEI MIEI VIAGGI.


domenica 30 dicembre 2012

venerdì 28 dicembre 2012


Fuochi d’artificio a Caorle.

Nel cielo la luna, tonda, scintillante e, con delle macchie, aveva l’apparenza di un volto. Illuminava, attorniata da alcune stelle, un’ampia area senza luce. Di fronte a noi il fiume Livenza scorreva lentamente, con un sommesso gorgoglio, verso la vicina foce per immettersi nel mare Adriatico.

Due cigni, con circospezione, si sono fatti vedere per alcuni istanti e, subito dopo, in silenzio, sono scomparsi nella notte, quasi per non disturbare i numerosi spettatori che, per non perdere l’esibizione, si erano anticipatamente radunati, lungo gli argini del corso d'acqua. Alcuni erano seduti sul muretto, con i piedi appoggiati sopra le rocce poste a protezione delle onde.

Dalla vicina darsena numerosi natanti, con dimensioni e forme diverse, muniti di fievoli luci, s’immettevano, con il sordo rumore dei motori, nel fiume, diretti verso il mare, per assistere, in una posizione privilegiata, all’evento.

Nell’altra sponda, vi erano dei piccoli caseggiati, attorniati da alberi, alcuni con delle luci accese che si riflettevano debolmente sull’acqua, formando delle lunghe e fluttuanti scie in direzione delle persone. Il faro, posto ai limiti del fiume Livenza, continuava imperterrito ad inviare, ai naviganti, i previsti segnali ad intermittenza.

Nel contesto, l’unica nota che sembrava stonata, era la presenza di un ragazzo che, con una canna, illuminata alla sua sommità, si era messo a pescare.

Lo spettacolo pirotecnico doveva svolgersi in prossimità del Santuario della Madonna dell’Angelo a Caorle in riva al Mare a circa due chilometri, in linea d’aria, dalle nostre postazioni.

Dopo la lunga attesa, ecco il primo scoppiettio, coperto in parte da un lieve mormorio di compiacenza degli astanti.

Alcuni genitori avevano sistemato i loro bambini sulle spalle, a cavalcioni, affinché potessero vedere meglio.

Lo spettacolo era meraviglioso, grandi cerchi con cascate scintillanti, di multiformi colori, e, in cielo, la luna con il suo gran faccione sembrava assistere con interesse allo show.

Di alcuni fuochi d’artificio, di corta gittata, si sentiva solo il rumore, poiché erano fuori della nostra vista e nascosti, nella traiettoria, dalle case e dalla vegetazione. Per quelli visibili si poteva apprezzare la maestria della loro composizione, condivisa peraltro, con entusiasmo, da una bambina che, sopra la testa del papà, batteva, al loro apparire, le mani. Con tre forti botti finali, si è conclusa la manifestazione. La gente ha incominciato a muoversi e la strada, verso le case e i palazzi, si è riempita, in poco tempo, di persone.

Eravamo, forse, tutti parzialmente soddisfatti, per non aver visto alcuni fuochi e ciascuno, in cuor suo, avrà certamente espresso il desiderio di assistere, nella prossima edizione, allo spettacolo pirotecnico in loco.

Sono queste, comunque, circostanze che stimolano i rapporti sociali e di amicizia fra le persone.

mercoledì 26 dicembre 2012

venerdì 21 dicembre 2012

martedì 18 dicembre 2012

LA FEDELTA’ DI UN BASTARDINO

In una villa, fatiscente, situata nell’immediata periferia della città, a nord del paese, viveva una donna anziana, ultraottantenne di bel portamento.
L’alloggio, con accesso principale da un grande ed alto cancello, mostrava ancora nelle sue armoniose strutture, l’imponenza di un tempo. La donna condivideva l’edificio con altri familiari, riservando per se, una piccola parte della casa.
Di fronte alla facciata principale, del caseggiato e ai suoi lati, si estendeva un ampio giardino, da qualche tempo privo di qualsiasi cura. Questo spazio, pur trascurato, lo utilizzava, per fare quattro passi, soprattutto durante le giornate uggiose. Le era particolarmente caro specialmente per far correre, in lungo e in largo, con i suoi gesti a comando, il proprio amato cane, Elvi, un bastardino di color marrone.    
Spesso lo portava, tutta felice, a fare un giro lungo le strade adiacenti alla propria abitazione. Il cane le camminava a lato, senza guinzaglio, e, se si fermava a chiacchierare con una conoscente, aspettava, senza muoversi, che terminasse la conversazione. Talvolta la donna allungava il percorso utilizzando una vecchia bicicletta. Il cane gli correva appresso a breve distanza. Era un buon cane, amava giocherellare con i bambini e la seguiva ovunque.
Il connubio tra i due è durato per qualche anno. Con l’avanzare dell’età, accusò i primi acciacchi e, ritenne allora di sospendere le uscite in bicicletta. Dopo qualche tempo ridusse anche i percorsi a piedi. Alla fine si limitò a spostarsi unicamente all’interno del suo giardino.
Per effetto di una parziale riduzione delle capacità motorie, i familiari ritennero di collocarla in una casa di riposo, e, da tre mesi,  risiede in quel luogo.
La sua ex villa è collocata in una curva di una strada alquanto frequentata, perciò quando ci si passa davanti è visibile il grande cancello, e, ai lati, una rete metallica, oltre la quale si può vedere all’interno, fermo, in posizione d’attesa il cane dell’anziana signora. E’ lì tutti i giorni, con i suoi occhi languidi,  ormai da tre mesi e, aspetta, aspetta, con la speranza che ritorni. E’ l’attestazione più autentica di una fedeltà speciale.
Ho pensato di chiedere ai familiari di portare Elvi a far visita alla sua padrona. Entrambi sarebbero, se pur per breve tempo, appagati di una felicità immensa! Il mio proposito si è spento sul nascere, perché oggi, Elvi, non era lì dietro alla rete. Dopo un lungo periodo d’inedia, non ha resistito al vuoto e se ne è andato in silenzio, chiudendo gli occhi senza alcun gemito.
                                                                                                                           Ilario Menegaldo

GIRASOLI


mercoledì 12 dicembre 2012

IN ASCENSORE

Quando entri in un ascensore e trovi una persona, non inizi alcuna conversazione, poiché il tragitto è talmente breve che non riusciresti a finire il discorso. Se la conosci ti limiti al saluto. Se non la conosci guardi in continuazione in alto, in su, in giù e davanti, e, quando, per caso, incroci gli occhi dell’altra/o giri subito la testa, come per scusarti e far vedere che non l’hai fatto apposta. E’ una sofferenza! Quando nel tuo piano la porta si apre, senza accorgerti, fai un respiro un po’ più profondo perchè la situazione critica è finita. Ora ti puoi rilassare!
 

martedì 11 dicembre 2012

giovedì 6 dicembre 2012

lunedì 3 dicembre 2012

Visita a Padova

 Alle 7,09 siamo partiti con un rapido da Treviso diretto a Padova. Durante le fermate intermedie sono saliti in treno molti studenti che, con i loro movimenti, il vociferare e i limpidi sorrisi, hanno reso più umano l’ambiente. Siamo giunti a Padova alle 8,20 circa. Dovevamo recarci all’Ospedale “S. Antonio” per una visita medica. Dopo aver acquistato i biglietti in un’edicola, abbiamo preso l’autobus e, una volta arrivati, dopo aver esperito le pratiche burocratiche di rito, abbiamo potuto accedere all’ambulatorio. Alle 10,40 siamo usciti ed essendo stato l’esito abbastanza positivo, eravamo psicologicamente un po’ sollevati. Abbiamo fatto colazione nel bar di fronte all’uscita dell’Ospedale. Da quel momento eravamo liberi ed intenzionati di visitare la città. La prima meta che ci siamo proposti è stata quella di visitare la Basilica del Santo “Antonio”. Pensavamo di farci condurre, a piedi, dal navigatore satellitare ma non riusciva a connettersi al satellite poiché in cielo vi erano delle spesse nubi, cosicché abbiamo dovuto chiedere ad un passante le necessarie indicazioni per arrivarci. Circa un chilometro. Nel percorso di Via Jacopo Facciolati abbiamo potuto apprezzare la bellezza di alcuni caseggiati d’epoca e di un fiume (sotto il ponte di Pontecorvo passano il Canale di Santa Chiara, che più in la è il Naviglio Interno e la canaletta dell'Alicorno, proveniente dal Prato della Valle). Oltrepassata la porta di Ponte Corvo, superata la Piazza omonima abbiamo proseguito per Via S. Francesco, dopo aver girato a sinistra per via Melchiorre Cesarotti al termine della quale siamo giunti in Piazza del Santo.
Nel percorso abbiamo incontrato alcuni mendicanti, un uomo sulla quarantina che suonava la fisarmonica ed aveva sistemato davanti a se un cappello facendo appello alla generosità dei passanti, più avanti uno in ginocchio, con in mano un pezzo di cartone in cui non c’era scritto alcunché (probabilmente era al rovescio oppure era consapevole che la gente avrebbe guardato la circostanza in modo distratto e distaccato), ogni donazione la prendeva muovendo una mano in modo così veloce da creare un contatto diretto con quella dell’offerente. Più oltre un altro, in piedi, che cercava di avvicinarsi ad ogni passante e, palesemente, si potevano notare le continue virate di chi lo incrociava.
Abbiamo ammirato la meravigliosa struttura esterna della Basilica, frutto di tre ricostruzioni succedutesi negli anni dal 1238 al 1310 e ora, in parte, in fase di restauro. Fuori del perimetro del sagrato vi erano alcune bancarelle, di cui una sola aperta per la vendita di immagini sacre e candele. Siamo entrati in chiesa passando sotto il portale sinistro. Si stava celebrando una messa. Ci siamo sistemati lentamente a metà della chiesa ed abbiamo assistito alla cerimonia. Terminata la funzione abbiamo iniziato a visitare l’interno della Basilica. Molti anni fa c’ero stato con la mia famiglia, ma non la ricordavo così ben provvista di pitture, affreschi e sculture. La navata centrale ampia e spaziosa si distingue in due parti, quella delle navate e quella dell’abside oltre il transetto, quest’ultima affrescata di stile gotico nell’alzata e di diversa tipologia del gotico.
 Più che i resti di decorazioni e dipinti, colpiscono i numerosi monumenti funebri, che rivestono pilastri e altri spazi e che risalgono soprattutto ai secoli XV-XVII. Vi si osserva sulla controfacciata un affresco di Pietro Annigoni che raffigura S. Antonio che predica dal noce. 
Sulla prima colonna della navata di sinistra si può ammirare la Madonna del Pilastro affrescata da Stefano da Ferrara (metà del ‘300). La cappella del Santissimo detta dei Gattamelata perché voluta dal condottiero Erasmo da Narni (1443) in stile gotico.
Sulla navata destra c’è la Cappella di San Giacomo voluta da Bonifacio Lupi, marchese di Soragna (Parma) l’ambiente gotico è stato realizzato da Andriolo de Santi scultore veneziano. Poi la Crocifissione un capolavoro di Altichiero da Zevio (Verona) il massimo pittore Italiano della seconda metà del ‘300.
Proseguendo si lascia a destra l'uscita che conduce al Chiostro della Magnolia e, più avanti, l'entrata verso la Sacrestia; a sinistra, invece, il complesso presbiterio-coro chiuso da una superba cortina marmorea.
Nella Cappella delle benedizioni i fedeli amano ricevere la benedizione unitamente ad oggetti personali.
In questo contesto, abbiamo avuto modo, in quattro, di ricevere la benedizione da un frate che l’ha estesa anche ad un oggetto di un convenuto.
La Crocifissione (1983). - Le proporzioni, lo stacco e il risalto conferito dalla finta parete con cui è raffigurato il Crocifisso suscitano un'immediata forte reazione.
Uscendo dalla cappella, guardiamo in alto per risollevarci l'animo nelle serene e alte volte della parte absidale della Basilica. Proseguiamo lasciando a destra la Cappella americana o di santa Rosa da Lima (1586-1617) patrona dell'America, delle Filippine e delle Indie occidentali; cui segue la Cappella germanica o di san Bonifacio (673-755), grande evangelizzatore della Germania; infine la Cappella di santo Stefano, primo martire cristiano, contenente chiari e agili affreschi dell'italiano Ludovico Seitz (1907).
Visitiamo La Cappella gotica del Tesoro con le sue sei statue di marmo, dei Parodi.
Al di là della balaustrata, il passaggio che consente di ammirare il "tesoro" della Basilica, che dà il nome alla cappella e che è raccolto in tre nicchie distinte che racchiudono reliquie di sant'Antonio e di altri santi.
Prima di uscire ci siamo recati alla tomba di S. Antonio, collocata, temporaneamente, in una Cappella sulla destra della parte centrale della Basilica. Ci siamo fermati, come altri, in raccoglimento vicino al sarcofago e poi ci siamo seduti su delle panche laterali in legno, formate da   particolari nicchie adatte ad accogliere i fedeli in forma singola.
Attorno alla tomba sostavano in preghiera alcune persone di diverse etnie e con una mano toccavano il sarcofago. 
Usciti dalla Basilica ci siamo diretti verso il gran piazzale di Prato della Valle con l’intenzione di visitare la grandiosa Basilica di Santa Giustina, che si trova ai margini del piazzale stesso. Siamo giunti nel momento in cui il sacrestano chiudeva il portone di accesso, essendo ormai superato mezzogiorno.
Abbiamo allora proseguito verso il centro del piazzale ed abbiamo visitato la parte dedicata al passeggio, con i suoi ponti sul fiume e le numerose statue che contornano le rive.
Il Prato della Valle è certamente una delle più spettacolari ed affascinanti piazze del mondo. Le acque attorno all'isola sono alimentate dal Canale Alicorno.
Verso la parte nord, ai limiti della piazza vi era un mercatino con alcuni banchi di frutta. Ci siamo avvicinati ed abbiamo passato in rassegna i prodotti esposti. Frutta e verdura dai colori vivaci, di ottima qualità e, soprattutto, con i prezzi più competitivi di quelli praticati nella città di Treviso.
Essendo ormai l’ora di pranzo ci siamo messi in cammino per trovare un locale in cui poterci ristorare.
Nel percorso qualche sguardo rapido alle vetrine, qua e là, per individuare ciò che cercavamo. Abbiamo percorso un lungo viale e siamo arrivati in via dell’Università, sino a giungere davanti alla sede Universitaria, dove alcuni amici e parenti festeggiavano la laurea appena conseguita da una giovanissima e bella ragazza.
Proseguendo abbiano superato alcuni bar, con dei tavoli all’esterno occupati da numerosi studenti che stavano desinando con dei panini e delle bibite.
Dopo qualche centinaio di metri abbiamo trovato un bar-ristorante in cui abbiamo potuto pranzare in modo un po’ frugale.
Il cielo nel frattempo si era rasserenato.
Dopo circa 45 minuti ci siamo rimessi in cammino per completare la visita alla città. Abbiamo passeggiato, quasi sempre, sotto a dei lunghi portici in cui vi si trovavano numerose vetrine. All’esterno di una libreria, un giovane uomo, di colore, offriva ai clienti che uscivano dal negozio dei libri che teneva in mano, senza insistere molto.
Abbiamo camminato in lungo in largo per circa due ore, scorgendo di tanto in tanto resti di mura veneziane, dopo di che abbiamo preso, davanti al piazzale del Santo, un piccolo autobus diretto alla stazione. Dopo circa 20 minuti, con le ruote che rombavano su strade secondarie di porfido e ciottolato, siamo arrivati alla stazione. Abbiamo controllato sulle bacheche l’ora di partenza del treno per Treviso e il relativo binario. Nell’attesa ci siamo accomodati in una panchina, abbiamo osservato il via vai dei passeggeri nonché la movimentazione dei clienti in un negozio di scarpe all’interno della stazione. Una zingara chiedeva l’elemosina e, al sopraggiungere di due vigili, si è affrettata a dileguarsi. 
Alle 4,28 abbiamo preso il treno e alle 17,30 circa eravamo a Treviso.
Dalla stazione a casa abbiamo fatto la strada a piedi.
La giornata si era conclusa appagati dal buon esito dell’esplorazione.
                                                                                             Ilario Menegaldo
 

domenica 2 dicembre 2012

BRIAN


venerdì 30 novembre 2012

mercoledì 28 novembre 2012

domenica 25 novembre 2012

PENSIERI

Oggi c’è una leggera brezza, dagli alberi cadono le foglie, gialle rossicce e marrone. Si posano lentamente sul selciato. Una rincorre l’altra e, poi, un’altra ancora, senza sosta ad intervalli non regolari. Il terreno piano piano diventa un soffice tappeto variegato di colori autunnali e modifica la cromaticità del paesaggio.
Sopra il muretto di cinta di una casa c’è una pila crescente di foglie.
Il caco mette a nudo i suoi frutti. Alcuni uccelli (tordi e merli) con astuzia si preparano il pasto picchiando più volte con il becco sul caco non maturo. Guastandosi anticiperà la maturazione e sarà pronto per essere cibato.
Alcuni alberi giallo rossiccio s’impongono in mezzo a due pini e ad una tuja.
La tonalità dei colori è magica, i gialli variano: da quello pallido al più intenso sino al rossiccio.
In alcuni cespugli, a foglia caduca, si intravedono alcuni nidi abbandonati.
I platani, quasi spogli dalle foglie ocra scuro, fanno scorgere i loro arbusti e le ramificazioni maculate di bianco e marrone.
Le foglie gialle e rosse hanno avvolto, qua e là, un pino nano, dando ad esso la parvenza di un bellissimo albero di Natale pieno di balocchi.
E’ l’ora del pittore, deve cogliere l’istante e riportarlo sulla tela. Non deve indugiare nella composizione perché le immagini stanno rapidamente cambiando: l’intensità della luce, le ombre e la vegetazione esuberante sta divenendo sempre più brulla. 
Ilario Menegaldo

martedì 20 novembre 2012

domenica 18 novembre 2012

IL MERLO E LA NEVE.

Oggi, al primo bagliore del mattino ha iniziato a nevicare in modo cospicuo. Folate di vento facevano roteare la neve come una turbine. Predominante era il silenzio degli uccelli, soprattutto dei passeri soliti a cinguettare nelle prime ore dell’alba. Una coppia di merli razzolava sul sottile strato di neve, che nel frattempo si era depositato sul terreno. La femmina era marrone con la coda inzuppata di neve e, il maschio tutto sgargiante aveva le penne di un nero vigoroso. Cercavano, nell’angolo di un muretto, del cibo, forse qualche verme, un seme o una briciola di pane. L’intensità del loro agire e il prolungarsi della loro ricerca facevano presagire l’assenza di qualcosa di commestibile. Pur tuttavia imperterriti non smettevano la loro azione. Sono rimasti lì anche quando, è passato loro vicino, un frettoloso passante, avvinghiato da un pesante pastrano con sciarpa e berretto, tutto proteso ad osteggiare il vento che voleva strappargli l’ombrello. Guardandoli provocavano tenerezza! Il desiderio di sopravvivenza dava loro la carica a non smettere, per superare le difficoltà del momento, quasi protetti nell’agglomerato urbano, in cui alloggiano e, gli abitanti, quasi inconsapevolmente, forniscono loro le condizioni d’esistenza.                                                                                                                                                                                                                             Ilario Menegaldo

martedì 13 novembre 2012

IL PASSERO ASTUTO.


Alla periferia di un paesino, in prossimità della città e, all’interno di una zona agricola, in una casa rurale ristrutturata, con uno spazio verde, recintato, di circa dieci mila metri quadrati, Marta, la padrona, aveva appena sparso diverse briciole di pane e numerosi pezzetti di crosta di formaggio, fuori della porta della cucina, sopra a delle grandi pietre in porfido, che fungevano da marciapiede e, che collegavano l’entrata della cucina alla stradina che conduceva al passo carraio. Non era la prima volta che compiva questa azione. Tanto è l’amore che ha per la natura e per gli uccelli che in gran numero frequentano il suo giardino. Fornisce loro periodicamente del cibo, quasi per ripagarli del piacere della loro vista e, della musica che le offrono, nel silenzio della campagna, con i loro prolungati gorgheggi, fischi e cinguettii.

Attraverso il vetro della finestra e della porta della cucina, si potevano vedere diversi passeri che svolazzavano e saltellavano circuendo con circospezione lo spazio in cui si trovavano le provvidenziali provviste. Muovevano in continuazione le loro piccole teste, per scrutare eventuali pericoli. Un merlo adulto, dal colore nero brillante, si è avvicinato senza troppe esitazioni, anticipando i propositi dei passeri, ha afferrato con rapidità un grosso pezzo di formaggio e, tenendolo stretto con il becco, è volato più in là di qualche metro fermandosi vicino ad una siepe, con l’intenzione di inghiottirlo senza essere disturbato. Due passeri, che si trovavano nelle retrovie, non hanno sottovalutato la scena e l’hanno subito raggiunto. Il merlo, appena si sono avvicinati, capendone le intenzioni, si è subito spostato saltellando. Per entrambi i passeri, il primo tentativo di sottrargli il pezzo di formaggio è risultato infruttuoso. Alla seconda prova il passero più solerte, con un saltello svelto, è riuscito a togliergli dal becco il bottino e volare via. Il merlo ha rinunciato ad inseguirlo ed è ritornato nella zona in cui il cibo ancora abbondava. Dopo aver riempito il becco è volato via, e, quando si è posato sull’erba, ha trovato ancora ad insidiarlo altri passeri. Ha dovuto andarsene per soddisfare il proprio appetito.

Il merlo si era approvvigionato sfidando i velati pericoli che il contesto poteva riservargli. I passeri invece, con le loro movenze, volevano evitare ogni situazione di pericolo, rubando al merlo ciò che si era giustamente guadagnato. La scena sembrava quasi attingere dal comportamento dell’uomo che talvolta approfitta delle fatiche altrui per ottenere vantaggi economici o d’immagine non meritati.
                                                                                                             Ilario Menegaldo

 

domenica 11 novembre 2012

LE SOFFERENZE DEL PITTORE GIUSEPPE

Giuseppe, il geometra, era un uomo esile, alto un metro e 70 cm., aveva circa 65 anni e li dimostrava tutti. Non era sposato. Viveva nelle immediate vicinanze della città in una casa a due piani con giardino, assieme alla mamma novantenne e ad una sorella non maritata. Aveva svolto per diversi anni l’attività di imprenditore. Le sue ricchezze, per ingenuità, ad un certo punto erano svanite, a causa della troppa fiducia in collaboratori sleali. Costoro avvalendosi delle deleghe ricevute, avevano intrapreso, a sua insaputa, operazioni a rischio tanto da portare l’azienda, in breve tempo, al disastro economico. Da allora, si era ritirato dalla vita lavorativa. Negli ultimi tempi il suo sostentamento era legato unicamente all’esigua pensione che percepiva e quella della madre. La casa che occupava era di proprietà del fratello.

La sua gran passione era la pittura. Aveva allestito, in due stanze, lo studio in cui trascorreva parte delle sue giornate. Dipingeva, essenzialmente paesaggi e natura morta, interponendo a loro, di tanto in tanto, la riproduzione di opere di grandi pittori, dimostrando, con queste, una capacità d’esecuzione migliore dei suoi dipinti “en plein air” o di fantasia. Tanto che una galleria gli commissionò la copia di dieci dipinti su tela che alla consegna pagò regolarmente.  Ne richiese altri dieci e, al ritiro, rinviò il pagamento alla consegna successiva. Il prelievo di questi ultimi non è più avvenuto e, al buon Giuseppe, sono rimaste le dieci copie dei dipinti ed un credito mai riscosso.

Dopo aver frequentato lo studio di un amico pittore, esperto in grafica, aveva ben appreso le tecniche tanto da meritarsi dei riconoscimenti in alcune mostre collettive a concorso.

Un giorno un amico gli annunciò di aver fornito il suo nominativo ad un conoscente, che aveva espresso il desiderio di offrire agli invitati del proprio matrimonio un’opera in grafica come bomboniera.

Giuseppe si prodigò a far incorniciare una cinquantina di grafiche, che appese al muro di un’apposita stanza, per dar modo al possibile acquirente di poter scegliere con facilità. L’incontro è avvenuto e l’interessato si accordò sul numero di copie, il prezzo e la data di fornitura. Il ritiro delle opere, poi, non avvenne poiché il matrimonio, per intervenuti dissensi fra la coppia, non fu celebrato. Giuseppe venne a conoscenza dell’imprevisto solo parecchi mesi dopo, e, in via indiretta.       

In lui era connaturato un sentimento profondo sull’ospitalità, che peraltro elargiva, quasi inconsapevolmente, a tutti coloro che lo andavano a trovare. Apriva la dispensa ed offriva, con spontaneità, quasi bambinesca, quel poco che possedeva.

La mamma, inferma, era accudita dalla sorella, la quale si faceva anche carico di tutte le incombenze domestiche. Giuseppe si occupava soltanto degli approvvigionamenti della casa.  Assolta quest’incombenza poteva dedicarsi alle attività hobbistiche che più preferiva.

L’arte della pittura era il suo mondo. Partecipava a numerose mostre sia nel suo comune sia in altre città italiane. Era talmente appassionato in questa materia che seguiva anche le trasmissioni televisive in cui le “Case d’arte” offrivano in vendita quadri di pittura. Tanto che, una volta, si fece coinvolgere nell’acquisto di due quadri privi di alcun valore intrinseco.

La sorella, più giovane di lui di qualche anno, si ammalò di un male incurabile e dopo tre mesi morì.

Il modo di vita di Giuseppe, con una rapidità sconvolgente, si capovolse.

Doveva accudire la mamma e farsi carico di tutte le faccende domestiche. Il tempo da dedicare alla sua attività artistica era ormai subordinato ai nuovi impegni, e, la partecipazione alle mostre fu necessariamente interrotta.

Riuscì a sostenere questo tipo di vita per quasi cinque anni e terminò quando la madre cessò di vivere.

Era rimasto solo con il suo cane, cui era molto affezionato, un cocker di color marrone chiaro, che chiamava con il nome di “Pongo”. Fra i due vi era una simbiosi che si poteva riscontrare quando lo andavi a trovare. Il cane ubbidiva con prontezza ad ogni comando di Giuseppe.

Questo connubio durò poco. Un giorno Pongo, dopo aver girovagato nelle proprietà dei vicini, ritornò con delle ferite profonde, presumibilmente provocate dal lancio di un forcone. Nonostante le cure, il cane dopo alcuni giorni morì. La disperazione di Giuseppe era enorme! Ora sentiva di essere veramente solo!

Un giorno uno dei suoi amici gli fece visita e chiese di poter vedere i quadri nel suo studio. Giuseppe con imbarazzo lo portò in uno stanzino dove aveva accatastato ciò che gli restava delle sue attrezzature ed opere di pittura.

Il fratello gli aveva ridotto gli spazi a sua disposizione e lo aveva relegato in due stanze (camera, cucina e servizio) e, un piccolo magazzino. Non poteva più fruire del giardino e neanche della piccola porzione di terra che aveva adibito ad orto. Poteva solo avvalersi di un piccolo spazio scoperto, davanti all’entrata, in cui poteva parcheggiare la sua vecchia automobile. Tanto che non era agevole entrare in casa sua.

Da qualche tempo soffriva di insufficienza respiratoria e, dopo una visita medica, dovette farsi ricoverare, in un reparto specializzato, nell’ospedale di un’altra città. Si recò da solo, guidando la propria macchina.  Durante la degenza, ogni tanto si assentava dalla camera dell’ospedale, per mettere in moto l’automezzo, in modo che la batteria non si scaricasse e, poter così, una volta guarito, ritornare nella propria abitazione.

Fu dimesso e lo dotarono di una bombola d’ossigeno con le cannule collegate al naso. Con tale attrezzatura è salito in macchina e si è avviato verso casa. Durante il percorso è stato fermato, per controlli, da alcuni agenti della polizia stradale. Giuseppe ha tirato giù il finestrino e, gli Agenti, rendendosi conto della situazione l’hanno invitato a proseguire.

Da quella bombola non si è più diviso. Gli era ormai indispensabile per vivere.

A parte qualche fuggevole visita di amici e sporadici aiuti, Giuseppe cercò di sopravvivere da solo. Finché si aggravò e dovette rifare, senza poter informare alcuno, il percorso verso l’ospedale, dove dopo alcuni giorni cessò, in silenzio, di soffrire, senza recare disturbo a nessuno.

La sua automobile, come testimonianza, era parcheggiata al solito posto, con la batteria scarica.

  
Ilario Menegaldo

 

mercoledì 7 novembre 2012

GESTI DA IMITARE


GESTI DA IMITARE.

Nel cielo la luna, quasi piena, brillava come una palla di fuoco e, il mare rifletteva i suoi colori. Le leggere onde li trasformavano in mille incantevoli sfumature.

Sulla terrazza, ai limiti della spiaggia, il Disc Jockey coinvolgeva, con grande abilità, il pubblico, rendendo l’intrattenimento interessante anche ai più riservati.

Lo spazio libero, antistante l’area della musica, era occupato, su sollecitazione del DJ da alcune coppie che nel ballo classico davano il meglio di sé.

Da un lato vi erano numerosi tavolini, alcuni con due o quattro persone, in uno vi erano sedute accanto, due ragazze austriache di cui una molto bella. Sorseggiavano, in un grande bicchiere, una bevanda di colore arancio. Alle loro spalle, una mamma e la figlia, affetta da sindrome di Down, ascoltavano la musica.

Nell’altro versante della sala vi era un lungo tavolo con venticinque persone attorno che cenavano: amici e conoscenti che celebravano una ricorrenza. Dietro a loro un tavolo con una famiglia: una coppia di giovani sposi, due genitori (dai lineamenti i parenti di lei) e, una bambina tredicenne brasiliana di colore, che festeggiava il compleanno.

Quando l’orchestra ha iniziato a suonare ritmi brasiliani, la bambina ha incominciato a ballare dando sfogo alla sua vitalità, con grande passione, coinvolgendo i genitori adottivi e, più volte, anche i nonni. Osservando le espressioni dei loro volti, il sorriso della bambina, del papà e soprattutto della mamma, emergeva una scena di vita bellissima, in cui l’affetto era il protagonista. L’atmosfera era di una grande tenerezza. Dagli occhi di tutti e tre sprizzavano lampi di gioia che ti coinvolgevano. Sorrisi in perfetta simbiosi tra di loro.

Il DJ ha fatto salire la bambina su una sedia per mimare, da protagonista, i ritmi di una canzone, facendo anche partecipare la gran parte dei presenti e, al passaggio di un venditore, di colore, che vendeva rose rosse ne ha comprato una e, con il microfono ha scandito: “Ora do questa rosa alla più bella ragazza della serata”, carpendo, ovviamente, l’attenzione dei presenti. Si è avvicinato alle due ragazze austriache, le ha oltrepassate, ed ha offerto la rosa alla ragazza Down.  Dal suo volto ho visto una gioia grande, indescrivibile, che si rifletteva conseguentemente su quella della mamma.

Ho pensato, questo è un animatore non solo professionalmente valido ma soprattutto umano e conosce la “solidarietà”. Ci ha dato un bel esempio! Bravo ho pensato in cuor mio!

La serata è continuata con la medesima atmosfera.

Quando i genitori della bambina brasiliana si sono alzati, per abbandonare la sala, hanno ringraziato per il coinvolgimento, qualcuno ha detto loro: “Grazie a voi perché ci avete appagato con i vostri sorrisi!

 E’ importante saper guardare le grandi sfumature della vita, in quanto sono preziose per arricchirti nei valori, che dovrebbero essere insiti in ciascun di noi.

domenica 4 novembre 2012

giovedì 1 novembre 2012

mercoledì 31 ottobre 2012

domenica 28 ottobre 2012

PRATO


giovedì 25 ottobre 2012

sabato 20 ottobre 2012

FIUME

 

GIRASOLI


mercoledì 17 ottobre 2012

sabato 13 ottobre 2012

giovedì 11 ottobre 2012

mercoledì 10 ottobre 2012

IL BOSCO


martedì 9 ottobre 2012

sabato 6 ottobre 2012

venerdì 5 ottobre 2012

mercoledì 3 ottobre 2012

domenica 30 settembre 2012

mercoledì 26 settembre 2012

martedì 25 settembre 2012

lunedì 24 settembre 2012

domenica 23 settembre 2012

venerdì 21 settembre 2012

mercoledì 19 settembre 2012

martedì 18 settembre 2012

domenica 16 settembre 2012

venerdì 14 settembre 2012

giovedì 13 settembre 2012

SILE


sabato 8 settembre 2012

venerdì 7 settembre 2012

giovedì 6 settembre 2012

RIFLESSIONE

Quando hai completato l’allestimento di una mostra di pittura e scultura, osservi, più volte, il suo insieme per sezioni e, per entrambi le compagini. Per maggior obbiettività, lo fai il giorno dopo, al fine di poter meglio correggere, se necessario, eventuali incongruenze che possono essersi verificate nella simbiosi dell’accostamento del quadro alla scultura. Tutto ciò per il perfetto equilibrio cromatico tra “forme e colori”. Questo per poter  rendere l’esposizione gradevole ed interessante e, per mettere in  condizione il visitatore di poter recepire l’effettivo messaggio e qualità  artistica profferta.
Il nostro sodalizio: “Insieme per l’arte”,  sorto con analoghe finalità, limita, in virtù di oltre un decennio di attività comune, i tempi d’intesa,  per la realizzazione degli obbiettivi appena esposti.
Dopo i ritocchi finali, ti prepari ad accogliere il pubblico. Talvolta le tue attese sono ampiamente appagate dai risultati, essenzialmente per il numero dei visitatori che frequentano la mostra e per le osservazioni positive che alcuni esprimono, con competenza, suffragati spesso dal forte amore per l’arte. Altre volte, pur avendo organizzato il servizio di pubblicità inappuntabile: locandine, inviti, stendardi, totem, articoli sui giornali, ecc., ecc., e aver scelto il luogo di esposizione prestigioso, registri una scarsa affluenza. Ti soffermi allora a esaminarne le cause. Valuti se nell’ambito dell’organizzazione hai omesso qualche passaggio, o se dovevi assumere delle iniziative con qualche variabile. Talvolta dipende dalla sensibilità per l’arte degli abitanti del luogo, altre volte per la simultaneità di altre iniziative. La partecipazione alla mostra e la sua organizzazione in modo diretto, fa comunque vivere le tue opere che altrimenti sarebbero relegate in spazi, talvolta angusti, del tuo studio. Rinvigorisce la carica che hai dentro per l’arte. Consolida l’amicizia con le persone che collabori. Tutto questo è importante, ti fa vivere bene e, ti sostiene nei momenti di difficoltà che sovente incontri.
                                                                      Ilario Menegaldo

mercoledì 5 settembre 2012

martedì 4 settembre 2012

sabato 1 settembre 2012

lunedì 27 agosto 2012

giovedì 23 agosto 2012

TALVOLTA I BAMBINI DANNO INCONSAPEVOLMENTE LEZIONI DI VITA!

A mezzogiorno, il sole infuocato splendeva nel cielo limpido. La sabbia sulla spiaggia era asciutta, calda, e scottava i piedi nudi. Per lenire la sofferenza le persone, in movimento, saltellavano con rapidità sino al proprio spazio d’ombra. L’arena era bagnata dalle onde di un mare calmo che rifletteva, se pur con maggior intensità, l’azzurro del cielo.
A poche miglia dalla riva numerose barche facevano sfoggio delle loro meravigliose vele. Più vicino, alcuni pedalò, in gran movimento, erano utilizzati da ragazzi, che, per gara si tuffavano nell’acqua e, poi, nuotando risalivano rapidamente nel mezzo acquatico per ripetere la prodezza. Nello spazio in cui si esibivano, non vi erano bagnanti, mentre più in qua la superficie del mare era invasa da miriadi di teste galleggianti che scomparivano nei flussi e poi riemergevano.
Numerosi ombrelloni dalle tinte variegate e dai colori vivaci occupavano, con dimensioni e forme diverse, la parte della spiaggia libera, quasi addossati uno sull’altro e disposti in modo casuale. Di là dal muretto e, al di qua, dove la spiaggia è assegnata in concessione agli stabilimenti balneari e ad alcuni condominii, i colori e le forme degli ombrelloni si presentavano omogenei, così come le sedie a sdraio. Le aree riservate agli utilizzatori, erano abbastanza spaziose e, le attrezzature, tra un gestore e l’altro, per esigenze di visibilità, erano nel loro insieme, diverse per struttura e tinta.
Quest’ambiente, piuttosto caotico, a un tratto, si è quasi offuscato, e la mia attenzione è stata attratta da una scena di vita che merita di essere descritta:
Oltre al muretto, vicino a due sedie a sdraio e a un ombrellone, vi era in costruzione un castello di sabbia. Due bambini della stessa altezza e della medesima età (circa quattro anni), stavano arrivando dal bagnasciuga con un secchiello pieno d’acqua, diretti verso il loro cantiere per ultimare i lavori. Il recipiente era pieno sino all’orlo, ma l’acqua non tracimava, poiché era tenuto dai protagonisti in perfetto equilibrio. Un bambino teneva il manico con la mano sinistra e l’altro con la mano destra. I loro sguardi trasmettevano una felicità travolgente. Il bambino di sinistra era di pelle nera e quello di destra di pelle bianca. Perfetta integrazione di razze!
Dovremo prendere esempio dalla genuinità di queste scene per mettere  al bando le incomunicabilità tra i popoli.
                                                                Ilario Menegaldo

lunedì 20 agosto 2012

domenica 19 agosto 2012

domenica 12 agosto 2012

lunedì 6 agosto 2012

UNA GIORNATA A VENEZIA


VISITA A VENEZIA
Ci siamo svegliati presto. Il treno, regionale, che dovevamo prendere per Venezia partiva da Treviso alle 17,14. Per evitare di pagare il ticket nel parcheggio adiacente alla stazione per la durata della nostra assenza, prevista per l’intera giornata, avevamo preso in considerazione la possibilità di recarci nel luogo in bicicletta. Nostro figlio Alberto, che abitualmente esce da casa alle ore sette, per essere al lavoro alle otto, ha anticipato, per evitarci il disagio, le sue consuetudini, e ci ha portato con l’automobile davanti alla stazione.  In questo modo siamo riusciti a prendere, senza alcuna difficoltà, il previsto treno.
La giornata si presentava afosa.
Abbiamo trovato sistemazione in un vagone di seconda classe. Era in funzione l’aria condizionata, per cui l’ambiente era abbastanza confortevole, anche se i posti che abbiamo occupato avevano le poltrone, rispetto a quelle antistanti, con spazi un po’ angusti. Durante il percorso alcuni passeggeri, che probabilmente in precedenza avevano socializzato, s’intrattenevano in lunghi discorsi, altri osservavano, in silenzio, attraverso i finestrini, il paesaggio che scorreva via veloce, pochi leggevano un libro. Una ragazza si era lentamente assopita e anche se batteva, di tanto in tanto, la testa contro il finestrino, a causa dei leggeri sbandamenti del treno, continuava a dormire. E’ tornata pienamente in sé, come se avesse sentito il rumore di una sveglia, qualche secondo prima che Il treno arrivasse al punto d'arrivo.
Nel percorso il treno si è fermato in alcune stazioni: Mogliano Veneto, Mestre Ospedale, Mestre Centrale e Venezia Santa Lucia.
Il viaggio è durato circa trentacinque minuti. Il tempo, per noi, è volato rapidamente, poiché eravamo assorti a contemplare il paesaggio e le scene umane che ci attorniavano.  Diana era felice! Lo è sempre quando viaggia in treno.
Giunti a Venezia dovevamo svolgere una breve incombenza in Campo (Piazza) San Polo, poi la giornata sarebbe stata tutta nostra. Appena usciti nel piazzale Roma, il paesaggio si presentava, anche per noi che Venezia l’abbiamo visitata più  volte, incantevole. Il fascino di Venezia, con i suoi meravigliosi palazzi, il Canal Grande, le gondole, il vaporetto, ecc., ci ha avvolti, come un grande mantello.
Numerosi turisti percorrevano i marciapiedi (per i Veneziani le fondamenta) e salivano le scalinate dei numerosi ponti, soffermandosi, di volta in volta, sulle loro sommità per ammirare il paesaggio da entrambi i lati e, poi, fotografarlo. Si vedevano luccicare variegate videocamere e macchine fotografiche digitali e non, che peraltro immortalavano anche le gondole che passavano sotto i ponti.  I turisti erano numerosi. Abbiamo notato che c’erano, in prevalenza, cinesi e giapponesi, oltre naturalmente, inglesi, tedeschi, ecc., probabilmente erano scesi dalle numerose e piccole navi ancorate sulla banchina ai limiti del Canal Grande.
In una delle tante piazzole (campo per i Veneziani) vi era un uomo e una donna vestiti con costumi d’epoca, erano accostati, e, davanti a loro avevano posato, a terra, un capiente cestino in giunco, per raccogliere il frutto della loro attività. Chiedevano a chi li fotografavano, una moneta (un euro). Se qualcuno non metteva l’obolo, per dimenticanza o furbizia, con forme alquanto eloquenti lo invitavano a farlo subito.
Dopo aver superato il Ponte di Rialto e percorso un breve tratto di fondamenta, siamo giunti alla nostra meta. In poco più di mezz’ora siamo riusciti a portare a termine l’incombenza. Eravamo, da questo momento, senza vincoli, liberi di visitare, in lungo e in largo, Venezia.
Ci siamo subito diretti, a piedi, verso Piazza San Marco e, nel percorso abbiamo visto pregevoli opere, di pittura e scultura, esposte in alcune chiese con ingresso libero. Osservando le scritte e le indicazioni riportate nei palazzi all’inizio delle vie, siamo riusciti, pur avendo abbandonato una cartina topografica di difficile lettura, ad arrivare, senza alcuna difficoltà, in piazza San Marco davanti alla maestosa cattedrale. Abbiamo potuto osservare soltanto la sua meravigliosa facciata, con i bellissimi mosaici e le sue sculture, poiché era impossibile entrare in chiesa per la lunga e larga coda di turisti che in fila attendevano, pazientemente, di visitare la Basilica. Il corteo dalla porta del duomo arrivava oltre le colonne di San Marco e San Tòdaro. Alcuni turisti in fila, mettevano a profitto l’attesa comprando, passando vicino a un botteghino collocato nel percorso, alcune magliette con la scritta “Venezia”.
Dopo aver ammirato l’incantevole piazza, con l’orologio e i due mori, ci siamo seduti  per qualche minuto, su una panchina in marmo alla base del campanile, meta, anche questo, di numerosi turisti che salivano sulla sommità dell’importante manufatto per provare il piacere di ammirare i numerosi tesori architettonici del luogo.
Nel cammino sin qui fatto abbiamo incontrato due nomadi che mendicavano, ignorati dai passanti.
Superata la piazza di San Marco, ci siamo intrattenuti ad ammirare l’isola di San Giorgio che si trova, in bella vista, sulla linea dell’orizzonte. Abbiamo proseguito, sulla sinistra, verso le prigioni.
Il Palazzo Ducale collegato alle prigioni con il ponte, si ergeva imponente. In quel ponte, chiamato dei “sospiri” vi transitavano i condannati.
Abbiamo percorso la via per un migliaio di metri e, alla fine, abbiamo notato, a ridosso della sponda del canale, che erano ormeggiate alcune navi di medie dimensioni.
La strada (fondamenta) era di difficile percorrenza in quanto, in quel momento, passavano numerose persone.
Eravamo stanchi perché da tre ore stavamo camminando. Una panca posta davanti ad un albergo, ci ha permesso di fermarci e riposare un po’. Il sole cocente riscaldava così forte che, dopo alcuni minuti, abbiamo dovuto interrompere la nostra sosta e proseguire il tragitto.
L’ora del pranzo si avvicinava. Siamo ritornati indietro e, ad un certo punto, abbiamo percorso delle calli sin a quel momento inesplorate. Alcune, tra un palazzo e l’altro, avevano una larghezza di un metro e, forse anche meno.
Ci siamo fermati, In alcune vie secondarie, a guardare i panni stesi al sole ad asciugare, dai colori talvolta vistosi e variegati, che davano la parvenza di numerose bandiere. Erano allineati sopra a delle corde, le cui estremità erano ancorate fra due palazzi. Le funi, con l’ausilio di una carrucola, si spostavano, per le necessità della casalinga.  Abbiamo oltrepassato un ponte, a larghe pedate, assiepato, in entrambi i lati, da numerosi venditori, non autorizzati, i quali avevano messo la loro mercanzia sopra a ciascuno scalino in un telo in lino. Vendevano un po’ di tutto: occhiali da sole, cappelli, orologi, borse, giocattoli, ecc. Il drappo serviva per raccogliere e portare via in fretta la merce, nel caso fosse arrivata la polizia municipale, come avevamo potuto osservare prima di arrivare nel luogo. Avevamo, infatti, assistito ad una scena: un venditore isolato, sempre illegale, aveva disposto, la sua mercanzia, sopra un telo quasi bianco, in mezzo alla via (fondamenta) molto frequentata. Si è avvicinato un uomo, un commerciante o, forse, un vigile in borghese, e gli ha intimato di spostarsi e di andare da un’altra parte. Il venditore fingeva di non capire. Allora l’uomo con fare inflessibile gli ha detto: ”O ti sposti o getto la tua merce nel canale”. Il ragazzo comprese immediatamente il messaggio e, senza proferir parola, alzò con le mani, con grande rapidità, i quattro angoli del telo e raccolse, come in un fagotto, ciò che possedeva, dileguandosi in una strada laterale.
Dopo aver esaminato, nei ristoranti che incontravamo, i “ Menu” esposti ed i prezzi in essi indicati, abbiamo deciso di scegliere una trattoria che praticava il prezzo fisso. Nella carta che ci hanno portato non siamo riusciti a capire perché proponessero il “Menù” distinguendo quello “Italiano”dal “Veneziano”. Abbiamo optato per una pastasciutta con seppioline (l’odore era sgradevole) l’ho mangiata, a fatica, soltanto per appagare il mio appetito, poi una frittura di pesce, non abbondante, tuttavia abbastanza buona, con un piattino di verdura cruda, completamente scondita, anche se il cameriere, quando  l’ha portata aveva affermato il contrario. D’altronde l’oliera non poteva essere contenuta sul tavolo che occupavamo, poiché non superava i cm. 40 x  40.  Si fa per dire, una vera comodità!  Era unito ad un altro tavolo e, dopo che ci eravamo seduti, l’hanno diviso per dar posto ad altri clienti. Abbiamo inoltre consumato, una birra media ed un caffè. Eravamo consapevoli che la birra e il caffè ci sarebbero stati addebitati a parte, anche se nei ristoranti in Treviso, quando si parla di prezzo fisso, comprendono una bibita e spesso anche il caffè. Il prezzo fisso è reale e, non praticano alcun extra.
In questo caso, invece, quando ci hanno portato il conto abbiamo riscontrato che il prezzo fisso non era tale perché in aggiunta al costo del “Menu fisso”, oltre alla birra e al caffè ci hanno addebitato il servizio pari al 12%. Ci siamo allora chiesti, se il servizio è addebitato a parte, perché, ad esempio, ci hanno fatto pagare due caffè cinque euro anziché due?
Abbiamo deciso che, quando ritorneremo a Venezia, quella trattoria sarà cancellata dalle nostre frequentazioni e, saremo più cauti nel valutare i fittizi “menu fissi”.
Terminato il pranzo, piuttosto fugace, siamo usciti e siamo andati ad acquistare due gelati da passeggio in cono che abbiamo consumato guardando le vetrine di alcuni negozi. Le botteghe più replicate erano quelle che esponevano le maschere e i cristalli di Murano. Ci siamo fermati in un punto vendita di vestiti ed abbiamo comprato una cravatta e, in un altro, una maglietta, a prezzi convenienti.  
Quando avevamo necessità di andare in bagno, anziché recarci nelle toilettes che si trovavano nel percorso, con tariffa di 1,5 Euro a persona, preferivamo bere dei caffè nei bar guarniti di tali servizi.
Ci siamo fermati in una piazza, in cui vi era un albero dalla folta vegetazione che aveva dei frutti di more rosse pur non essendo un gelso. All’ombra dello stesso erano state messe, a forma di elle, due panchine. In una era seduta una signora e l’altra era vuota. Abbiamo approfittato per sederci in quest’ultima. Il sedile era abbastanza comodo, per cui abbiamo deciso di sostare sino all’ora stabilita per la partenza.
In fondo alla piazza vi era una fontanella, molto frequentata, nella quale fuoriusciva l’acqua dalla fenditura in cui era posto, in origine, un rubinetto. I numerosi colombi, incuranti delle persone che si dissetavano nella provvidenziale fonte, o, che si accostavano per riempire la bottiglia, da poco vuota, bevevano, senza scostarsi, nella piccola pozzanghera che si era formata, in basso, vicino al chiusino di scarico. Dopo essersi abbeverati, volavano su e giù nella piazza, fermandosi a beccare, con insistenza, le briciole che cadevano dal pasto frugale che diverse persone, pur in movimento, stavano consumando.
La Signora, sulla sessantina, seduta sulla panchina, probabilmente una badante di nazionalità rumena, telefonava in continuazione. Dopo alcune chiamate sono arrivate due donne un po’ più giovani, e, della stessa professione. Con grande oratoria le intratteneva e, da quanto abbiamo potuto capire, pur non conoscendo la lingua, stava descrivendo circostanze attinenti la propria assistita. Il tono e le parole che usava non ci sembravano accattivanti, peraltro, palesemente condivise dalle colleghe. Ad un certo punto ci è sembrato, che tutte e tre inveissero contro le persone anziane cui facevano riferimento.
Inconsapevolmente stavamo ascoltando la loro conversazione.  Non appena si sono avvedute che potevamo aver compreso il contenuto dei loro discorsi, si sono alzate e, in fretta, si sono eclissate.
Un po’ prima dell’ora prevista, ci siamo avviati verso il tratto che ci portava alla stazione ferroviaria.
Tanto che abbiamo potuto anticipare la partenza di un’ora. Il treno regionale in cui siamo saliti si fermava in ogni stazione del percorso. Ci ha fatto visita il bigliettaio che ha controllato il possesso e la regolarità dei biglietti.
Eravamo stanchi, per cui non siamo riusciti ad osservare, con interesse, come nel tragitto dell’andata ciò che ci girava attorno.
All’arrivo siamo saliti, dopo circa mezz’ora di attesa, sull’autobus che ci portava vicino a casa. Siamo scesi all’inizio della via. L’ultimo tratto l’abbiamo fatto a piedi.
All’arrivo eravamo stanchi ma felici di aver trascorso una giornata indimenticabile nella grande e meravigliosa città di Venezia.
             (17/7/2012)     Ilario Menegaldo



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